Di cyberbullismo si parla molto spesso, su come evitare che si verifichi e soprattutto su come intervenire sia in aiuto delle vittime sia per arginarne gli artefici.
Nel corso dell’anno che sta per concludersi, nel nostro Paese le vittime sono aumentate dell’8% e, in particolare nella fascia d’età che va dagli 11 ai 13 anni, il 7% ammette di aver subito abusi in rete che vanno dagli insulti alle molestie verbali. Ad aggravare ulteriormente la situazione già di per sé estremamente delicata, si presenta un nuovo fenomeno in forte aumento: l’auto cyberbullismo.
La tendenza è quella di creare finti profili sui social, soprattutto fra gli adolescenti, dai quali inviarsi insulti, vessazioni e frasi d’odio sul profilo reale. Il tutto per scatenare una reazione fra gli “amici” e osservare il loro comportamento, oltre che come richiesta d’aiuto. Una sorta di autolesionismo virtuale quindi.
Sameer Hinduja, professore di Criminologia alla Florida Atlantic University e direttore del Centro di ricerca sul cyberbullismo racconta in un’intervista rilasciata a Repubblica, di come si sia interessato alla questione dopo aver seguito le vicessitudini di un adolescente: “Mi aveva colpito il caso di Anna Smith, una ragazzina inglese che si è suicidata nel 2013 a 14 anni dopo aver ricevuto abusi verbali su Ask.fm. Solo dopo si è scoperto che era stata proprio Anna a inviarseli”.
La tragedia ha spinto l’esperto a condurre uno studio patrocinato dalla sua università e poi pubblicato sul Journal of Adolescent Health. I ricercatori hanno intervistato circa 5.600 ragazzi dai 12 ai 17 anni in diversi stati degli USA. Per avere una panoramica più dettagliata, sono stati coinvolti adolescenti di diverso culto, etnia ed estrazione sociale. “I risultati ci hanno molto sorpreso. Abbiamo chiesto loro se si fossero mai mandati messaggi di odio in modo anonimo. Mi aspettavo un 1-2% invece siamo arrivati al 6% – prosegue Hinduja – Questa è una nuova forma di self harm, è la versione digitale di chi si fa male intenzionalmente, provocandosi dei tagli o delle bruciature, per esempio (ovvero il 18% degli adolescenti nel mondo). Ed è molto preoccupante. Sappiamo che l’autolesionismo è precursore di tendenze suicide. Lo stesso vale per chi si fa del male online. Per questo dobbiamo vigilare”.
Metà degli intervistati dichiara di essere stato un caso isolato mentre il 35% alcune volte e il 13% molte volte. I più vulnerabili risultano essere i maschi (7%) rispetto alle femmine (5%), ma con presupposti diversi: “I maschi lo fanno spesso per gioco, per vedere cosa succede. Ma per le ragazze è una reazione a situazioni che provocano depressione, ansia e malessere. È un grido di aiuto”.
Le risposte dei ragazzi sulle motivazioni che li spingono ad assecondare questo comportamento spaziano dal voler provocare una reazione da parte degli amici, per vedere se li difendono sui social oltre alle più importanti richieste di aiuto motivate da odio autolesionistico o a forme acute di depressione. I ricercatori hanno anche individuato alcuni fattori di rischio: “I non eterosessuali sono tre volte più inclini a ricorrere all’auto cyberbullismo. Spesso perché sono oggetto di discriminazione, odio e molestie verbali. Infatti abbiamo anche visto che chi precedentemente è stato vittima di troll ha il 12% di rischio in più di diventare troll di sé stesso – spiega il docente – Altri fattori che possono favorire la tendenza sono la dipendenza da droghe, sintomi depressivi e l’aver già praticato autolesionismo “tradizionale”.
Il prossimo passo di Hinduja sarà quello di espandere la ricerca anche alle famiglie delle vittime per verificare eventuali legami tra l’ambiente familiare e l’autolesionismo online.
Intanto il professore spiega come i genitori possano aiutare i loro figli: “Spesso danno la colpa alla tecnologia dimostrando di non capire l’adolescenza. Devono coinvolgersi di più nelle vite dei figli e provare a non giudicare, altrimenti i ragazzi non si fideranno più di loro e non racconteranno niente. E d’ora in poi stiamo attenti a non demonizzare i bulli perché, che piaccia o no, a volte la vittima e l’aggressore sono la stessa persona”.




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