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Home  /  Comunicazioni  /  La raccolta dei dati pubblici online: attività lecita o no?

La raccolta dei dati pubblici online: attività lecita o no?

Sta facendo scalpore la notizia di un contenzioso tra il social network destinato ai contatti professionali LinkedIn e l’azienda di data-scraping HiQ.

Quest’ultima accede ai dati pubblici dei profili LinkedIn per raccoglierli, analizzarli e offrire due prodotti distinti, ovvero Keeper che fornisce alle aziende i profili dei propri dipendenti più soggetti a ricevere offerte di lavoro da altre società e Skill Mapper che riepiloga le competenze dei singoli lavoratori.

HiQ opera nel settore da cinque anni, periodo in cui ha lavorato indisturbata mentre LinkedIn provvedeva a elaborare un proprio prodotto similiare a Skill Mapper rendendo così la HiQ una concorrente sgradita e pericolosa a cui è stato intimato di ritirare il prodotto dal mercato, millantando azioni legali come appellarsi alla legge statunitense sulle frodi e sugli abusi informatici, la Cfaa, legge del 1986 che rendeva reato federale l’accesso «non autorizzato» a un computer collegato a Internet.

L’azienda di data-scraping non si è fermata e i legali di LinkedIn hanno presentato formale denuncia alle autorità sostenendo che oltre a trattarsi di una violazione della fiducia degli utenti, questi ultimi sono «un’entità privata con il diritto di controllare l’accesso alla propria proprietà privata».

Senza dubbio molti utenti non gradiscono elaborazioni come quelle operate da HiQ, ma almeno fino a quando questo settore del mercato non verrà regolamentato, le aziende potranno muoversi liberamente nello spazio pubblico tenendo presente che le attuali normative furono promulgate fra gli anni 80 e 90 quando il mondo del Web era completamente diverso.

D’altro canto concedere tale potere decisionale alle imprese “titolari” dei profili registrati, permetterebbe loro di stabilire in totale autonomia a chi consentire l’accesso ai dati pubblici favorendo l’una o l’altra società a loro esclusiva discrezione.

In prima istanza il tribunale distrettuale degli Stati Uniti nella California del Nord che sta seguendo il caso, ha concesso all’HiQ di procedere come fino ad ora fatto per tutta la durata del processo.

La posizione di LinkedIn è quella di valorizzare al massimo la libertà di espressione sostenendo che se gli utenti sapessero che i loro dati sono liberamente disponibili per la raccolta da parte di terzi, sarebbero meno favorevoli a fornirli online. Senz’altro un tema su cui i consumatori e gli internauti in generale dovrebbero riflettere con maggiore attenzione, tenendo presente che l’utente è nello stesso tempo sia la materia prima sia il consumatore finale di ciò che viene proposto in Rete.

In considerazione di ciò, e in attesa che venga regolamentata la questione fra LinkedIn e HiQ, occorrerebbe riflettere molto più attentamente su tre aspetti:

1. L’entità delle informazioni che riveliamo e i molteplici utilizzi per cui possono essere adoperate;

2. Se i prodotti e i servizi ricevuti in cambio dei nostri dati siano effettivamente adeguati;

3. Il ruolo che i governi possono giocare cambiando le regole del mondo digitale e che cosa sigificherebbe questo per il nuovo capitalismo.

ESET Italia torna a suggerire di prestare sempre la massima attenzione quando si forniscono i propri dati e a quale scopo lo si sta facendo, scegliendo se condividerli o meno con terzi ad esempio a scopo commerciale, e quali di essi invece tenere per se.

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